Pieve di San Giusto Vescovo

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La chiesa di San Giusto, stando alle fonti storiche, è la più antica ancora officiata di tutta la diocesi di Massa Marittima – Piombino.

Si ha per la prima volta notizia di una “Ecclesia Sancti Justi” in due brevi quivi firmati dal vescovo di Populonia, Vinclusio, negli anni 923 e 924.

Non si conosce però la data di fondazione, né sicuramente l’edificio attuale ha mantenuto la forma che aveva nel X secolo, quando, molto probabilmente la funzione di pieve veniva svolta dalla chiesa di San Cipriano al “Poggetto”, oggi scomparsa.

La sistemazione attuale: pianta a croce latina ad unica navata absidata, evidentemente sull’esempio della pieve di San Giovanni a Campiglia (1173), é in linea di massima conseguente ai lavori terminati dai maestri Barone Amico e Bono Calcisciano nel 1189, come attestato dalla iscrizione nel transetto di sinistra:

 

“Hoc industria magistri opus edocte p[er]egit Baronis Amici Boniq[ue] Calcisciani t[empore] pr[esbiteri] hoc fuit Ritelli viventis plebani sub spatio X anno[rum] MCLXXXVIIII”[1]

 

Dello stesso periodo è il portale principale d’ingresso. Inusuale per una chiesa del contado, è la soluzione delle due colonne a tutto tondo addossate che fanno da base per le teste dei due leoni:

è questo l’elemento architettonico distintivo della chiesa di San Giusto che la distingue anche dalla pieve di Campiglia.

Nel corso dei secoli si sono però alternate moltissime altre vicende, non sempre felici, tanto che oggi, ciò che si può ammirare è solo lo “scheletro” dell’edificio del XII secolo.

Come la quasi totalità delle chiese storiche, anche la pieve di San Giusto doveva contenere al suo interno una serie di decorazioni ed arredi che testimoniavano il susseguirsi degli stili, dei riti, delle varie necessità liturgiche.

Ancora nella prima metà del XX secolo, lungo le pareti della navata erano presenti quattro altari barocchi e resti di decorazioni ottocentesche, ormai definitivamente abbattuti nei lavori del 1964, nel tentativo di riportare la struttura ad un ipotetico stile romanico, secondo i canoni dei metodi di restauro del tempo.

Sotto gli ultimi strati di intonaco era rimasto ben poco di quello che doveva essere l’aspetto medievale, nonostante tutto però, le recenti scoperte in seguito agli ultimi restauri (2010-12) hanno portato alla luce piccoli, ma preziosi indizi che rivelano un passato “importante” ed anche ricco di fede.

Sicuramente le pareti erano interamente affrescate: rimangono solo una sinopia nel transetto di sinistra e due nicchie lungo le navate.

La nicchia più recente (XVII sec. C.ca) attesta la presenza in Suvereto della devozione alla “Madonna della Cintola”, e probabilmente indica la collocazione originaria della tela col medesimo soggetto oggi conservata nel museo di arte sacra.

La devozione alla Madonna della Cintola o Madonna della Consolazione, che consegna la cintola a Santa Monica per testimoniarle la futura totale dedizione alla Chiesa del figlio Agostino, è di solito legata all’ordine agostiniano, anche se nel caso di Suvereto non se ne hanno conferme dirette.

A metà della navata di destra è stata riportata alla luce un’altra nicchia, in essa si può vedere ciò che resta della “Madonna in trono” di Ghetto da Pisa (fine XIV sec. / Inizio XV).

Più antica, forse coeva all’intervento del 1189, è la vasca ottagonale del fonte battesimale, oggi conservata in una cappella lungo la parete di sinistra, ma originariamente collocata all’interno della navata.

La cappella del fonte battesimale è decorata con mosaici piuttosto recenti e di non grande interesse.

Anche il bassorilievo sull’arco della prima monofora della parete di destra della navata, raffigurante una donna coronata, fronteggiata da un drago (la Donna del dodicesimo capitolo dell’ Apocalisse?) è un ulteriore indizio che testimonia la commissione dei lavori del 1189 a maestranze importanti.

Durante i secoli di declino del centro abitato di Suvereto, XVII-XIX, la chiesa è stata comunque officiata ininterrottamente e sottoposta a continui lavori per abbellirla o restaurarla: gli altari, poi abbattuti negli anni ’60, i resti di un confessionale e di un’entrata accessoria sormontata da una nicchia ad arco finemente decorata, sulla parete di destra, che, tra l‘ altro, porta ancora i segni di pesanti lavori di ristrutturazione, forse in seguito al disastroso crollo della torre campanaria nel 1884.

Ancora oggi, salvo eccezioni, la pieve di San Giusto è il luogo dove vengono battezzati i suveretani e dove si svolgono le principali cerimonie religiose, è sede della parrocchia e della casa canonica, il centro della vita e della fede della nostra piccola comunità.



[1] Quest’opera portò sapientemente a termine l’abilità di mastro Barone (di) Amico e Bono (di) Calcisciano, ciò fu, nell’arco di dieci anni, al tempo del vivente presbitero pievano Ritello MCLXXXIX.

R. Belcari ritiene erronea la traduzione in Landolfi/Lombardi: “Bono di Calci”. E’ assai probabile che i cognomi siano dei patronimici.

 iscrizione